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La verità è rivoluzionaria

 

L’articolo di Griseri, comparso su Repubblica di domenica 18 agosto , “Il nuovo Frejus divide i NO TAV” non è solo un riempitivo per movimentare le deserte pagine dei quotidiani ferragostani, ma evidenzia gli sviluppi della strategia “divide et impera”, che la lobby del TAV mette in atto da sempre nel vano tentativo di fiaccare una Resistenza grande, forte e leale. Ci hanno provato con gli sfrucugliamenti su “violenti e non-violenti” e si sono beccati la risposta unanime “siamo tutti BLACK BLOK”, esibita all’infinito su striscioni, cartelli, slogan, spille, magliette. Hanno tentato la carta della guerra tra poveri sul “TAV che dà lavoro” utilizzando precarietà e disoccupazione, senza prevedere che la risposta sarebbe stata robusta e partecipata: “c’è lavoro e lavoro” Hanno alzato il tiro con denunce, perquisizioni, arresti, fogli di via, fino alle recenti accuse di associazione ai fini di terrorismo, scatenando fiaccolate, conferenze stampa, bordate di telegrammi di solidarietà ai militanti reclusi, manifestazioni sotto le carceri.

Ora ci provano col il tema della corruzione, utilizzando l’arma della calunnia. Ed esce fuori un’accusa pesantissima: quella della connivenza di presunti “Vertici NO TAV” con la Sitaf, comprovata dalla “mancata opposizione” alla seconda canna del traforo autostradale del Frejus : “…gli ordini di scuderia dei Vertici (Perino, Askatasuna, Nicoletta Dosio) erano di lasciarla perdere con il Frejus e di mollarla con la CMC. …Quando proponemmo la manifestazione CMC a Ravenna…. ci fu detto che Ravenna era troppo lontana. Poi però andarono tutti a Lione con le bandiere NO TAV. Buffo che quel giorno il vertice fosse quasi tutto sul raddoppio del Frejus….”.

 

Il bello è che, per accusare, il pennivendolo in questione non si sforza di sbrigliare la fantasia, ma fa semplicemente il copia-incolla da Facebook, utilizzando frustrazioni e veleni più o meno anonimi per confezionare l’agguato, consapevole dell’antico proverbio “ne uccide più la lingua che la spada”.

 

La parte finale dell’articolo prende a prestito le parole di un anonimo “Democratici Avigliana” per raccontare la storia dell’autostrada, quella che la Sitaf battezzò “Autostrada ecologica della Valle di Susa”. Anch’io voglio concludere con i miei ricordi.

 

Tutto partì dal traforo, come vorrebbero fare per il TAV. Fu il traforo a vomitare sulle strade della valle i TIR, prima che fosse costruita l’autostrada. Fu messo in funzione subito abolendo la navetta per il trasporto ferroviario merci transfrontaliero. Un traffico insostenibile cominciò a intasare le vie dei paesi. Subito dopo ebbero inizio i lavori autostradali, su due fronti, dall’alta Valle e dalla pianura rivolese. Era il “fasaggio” che ora Virano ha riscoperto per la Torino-Lyon e che allora cominciò a spargere sulla Valle cemento, degrado, inquinamento, perdita di lavoro e di vivibilità.

 

Erano gli anni ’80, anni di riflusso, di grande ingiustizia e di nessuna rivolta. L’autostrada avanzava, venivano sterminati frutteti, orti, abbattute case, inquinata la Dora. Cadevano le, in verità fragili, resistenze dei Comuni: a farla da padrone, nella progettazione e nell’esecuzione c’era la Sitaf, la società del PSI Froio, perfetto rappresentante di una lobby che vantava amici trasversali e influenti, da Massa a Lunardi a Martinat; una garanzia per il futuro.

 

Non ci fu un’opposizione popolare estesa. La difesa del territorio fu portata avanti dalle grandi associazioni ambientaliste che, col ruolo di rappresentanti degli interessi diffusi, partecipavano, in solitudine, ad un tavolo di osservazioni e proposte a Torino, al Pier della Francesca. Nulla di paragonabile con la nostra lotta contro il TAV. La gente brontolava e delegava. I sindaci, anche quelli nettamente contrari, si adeguarono ben presto alle modifiche e alle compensazioni, minime: un campo di calcio, marciapiedi, asfaltature varie. La Sitaf produceva intanto documentazioni smaglianti, simulazioni fotografiche (mai avveratesi) di come sarebbe stata ridente, vivibile e produttiva la nostra Valle, dopo il completamento dell’autostrada.

 

Bussoleno fu l’ultimo luogo di resistenza: non eravamo tecnici, non sedevamo al Pier della Francesca, avevamo una sede, il Centro Meyer –Vighetti e un compagno nelle istituzioni, Giorgio Gardiol, allora consigliere provinciale di Democrazia Proletaria, che ci passava documentazione e ampliava nelle sedi sovracomunali le nostre proteste. Il suo/nostro NO all’autostrada fu sempre fermo e senza mediazioni.

 

Si arrivò all’assedio finale. L’autostrada era completata e percorsa dal basso fino a San Giorio e, dall’alto, fino a Susa. Per Bussoleno era previsto un trincerone che avrebbe tagliato in due il paese, occupato aree agricole, abbattuto case, fino ad annientare l’intera frazione di Santa Petronilla. Organizzammo con gli abitanti la resistenza; nessuno accettò le trattative private per gli espropri. Il Consiglio Comunale (in cui eravamo presenti) sostenne le ragioni degli abitanti. Intanto migliaia di TIR irrompevano in via Monginevro, diventata pericolosa e invivibile: la gente protestava, stretta in una tenaglia.

 

Ci presero per sfinimento e la sofferta soluzione fu la galleria di Prapuntin. Il Paese rimase intero, l’autostrada avanzò nelle viscere della montagna. Si salvarono case ed attività agricole, si tenne anche una festa spontanea delle frazioni, ma senza trionfalismi. Non fu il meglio, ma il meno peggio, per il quale venne comunque pagato un pesante prezzo: un mortale incidente sul lavoro in cui perse la vita un minatore, la scomparsa di sorgenti, le lesioni ad alcune case che sorgevano sopra l’area di scavo. Inoltre la Sitaf “dimenticò” il sistema di disinquinamento fumi, progettato dal prof. Cancelli e mai realizzato.

 

Dalla sconfitta che fu la costruzione dell’autostrada nacque però la partecipazione senza deleghe e senza leader, che impedì la costruzione del megaelettrodotto Grand Ile-Moncenisio-Piossasco, proveniente dalle centrali nucleari francesi (vittoria temporanea, visto che ora lo propongono, non più su tralicci, ma in cavidotto sotto il costruendo traforo autostradale…). E più tardi, si sviluppò la lotta popolare contro il TAV.

 

Del resto, il partito degli affari che lucrò sulle autostrade è lo stesso che ora devasta con le linee AV, riciclato nei settori, ma non nei metodi, nei fini e nei soggetti: basta un nome, Virano, già amministratore delegato della Sitaf primi anni duemila, ora commissario straordinario per il TAV e Presidente dell’Osservatorio.

 

Dunque non esistono due lobby contrapposte, quella della Torino –Lyon e quella della seconda canna autostradale del Frejus: i profitti sono gli stessi, identici i lobbisti, identica la sudditanza dei Comuni di Alta Valle e la ricerca di compensazioni.

 

Ma di tutta questa storia di impegno umile, spesso faticoso, di presenze collettive, di fiducia e affetto reciproco, di lealtà e trasparenza, della resistenza che ci tiene uniti e che ci porterà a vincere su tutti i fronti che ne sa un articolista scandalistico, che cosa ne sanno gli incazzati virtuali, i testimoni disinformati o smemorati di Facebook?

Nicoletta Dosio