Val di Susa, perché sto con i No-TAV
di Livio Pepino(*) da Il Manifesto del 24/1/10
Ancora
una volta i media sembrano stupirsi perché gli «indiani della Val Susa»
(uomini, donne, bambini, vecchi, famiglie intere) sono tornati a decine di
migliaia nelle loro strade, nei loro prati, nelle loro piazze per dire no alla
Tav. Come venti anni fa; come ogni volta in cui è stato necessario. Come allora
e più di allora. Nonostante il passare degli anni e nonostante la discesa in
campo in favore dell'Alta velocità del Governo centrale, della Regione, della
Provincia, del Comune di Torino, della maggioranza e della opposizione (con
poche eccezioni), dei maggiori centri di potere economico, di tutta la grande
stampa e via elencando (senza dimenticare gli interventi di polizia a tutela
dell'«ordine pubblico»). Eppure, sinora, Davide ha fermato Golia. È un fatto
importante intorno a cui occorre creare consenso, aggregazione, mobilitazione
ulteriore. Ci provo con una piccola riflessione (da piemontese di altre valli,
valsusino di adozione).
La Val Susa è una valle bellissima che l'uomo ha
gravemente ferito: nei luoghi dove dovrebbe iniziare il traforo ferroviario (di
oltre 50 chilometri!) già corrono due strade nazionali, un'autostrada e una
ferrovia, tutte destinate a restare anche in caso di realizzazione della Tav:
pensate cosa vuol dire una valle (abbastanza stretta, com'è, in genere, delle
valli) attraversata da cinque arterie di grande percorrenza. Aggiungo: questa
valle è - secondo la denuncia del coordinamento dei medici di base che vi
operano - tra le zone d'Italia con maggior concentrazione di tumori e di
patologie connesse con l'amianto e l'uranio (presenti in misura significativa
nelle montagne che si vorrebbero scavare).
No!
i valsusini (e chi, per fortuna, sta con loro) non sono né luddisti contrari al
progresso né marginali disinteressati allo sviluppo e al benessere del Paese.
Sono gente di campagna (nella bassa valle) e di montagna (un po' più in alto)
che conosce la propria terra e sa che la natura, violentata, reagisce (Beppe
Fenoglio, grande scrittore di Langa, commentando un'alluvione del Tanaro,
dovuta agli interventi dell'uomo, scrisse come solo un poeta può dire: «e il
fiume si arrabbiò e fu peggio dei tedeschi e dei fascisti!»).
Attenti,
quel che la gente della valle oggi sente, sta scritto nella nostra
Costituzione, che pone, nell'interesse generale, limiti alla proprietà privata
e all'attività economica anche pubblica, ma non al diritto alla salute, che è
diritto assoluto. Il benessere di molti - se anche di questo si trattasse... -
non può fondarsi sulla violazione del diritto alla salute di alcuni. Non è una
aspirazione politica, ma un principio di diritto, uno di quei principi che sta
scritto in Costituzione ed è sottratto alla disponibilità delle maggioranze
contingenti (sia detto a beneficio chi si sciacqua la bocca con il termine
«legalità»...).
Certo,
occorre accertare se davvero è in pericolo la salute (la vita) dei valsusini e
dei loro figli. Ma, appunto, occorre accertarlo; e non dire, come hanno fatto
sinora il governo e la regione: lo accerteremo, ma intanto cominciamo i lavori.
Strana pretesa di dialogo quella di chi ha già deciso che l'opera si deve
comunque fare e semplicemente vuole addolcire la pillola avvelenata! Il
dialogo, se vuole essere tale, deve verificare anche la possibilità di uno
scenario diverso, che tenga conto delle richieste di tutti gli interessai. E
invece prevalgono l'arroganza e la predicazione ossessiva di una realtà
virtuale che assai poco ha a che vedere con quella vera («l'opera serve, non è
sostituibile, sarà fonte di sviluppo...»).
Realtà
virtuale, ho detto, e non a caso. La corrispondenza del progetto della Tav a un
interesse generale (contrapposto a un preteso «egoismo particolare» dei
valsusini) è, infatti, indimostrata: nella mancanza di alternative meno
devastanti, nella effettiva utilità dell'opera una volta conclusa (fra qualche
decennio e, dunque, in una situazione economica e in un sistema di trasporti
assolutamente imprevedibile), nel rapporto costi/benefici, nella stessa
disponibilità dei fondi necessari (nonostante l'allegra spensieratezza del
ministro «competente» secondo il quale i soldi si trovano strada facendo...).
Su tutto questo i sostenitori del progetto di Alta velocità continuano a eludere
un discorso serio. Anche per questo io sto con Davide.
(*) Livio
Pepino è un
magistrato, membro del Consiglio Superiore della Magistratura; è stato
sostituto procuratore a Torino, Consigliere di Cassazione , presidente di
Magistratura Democratica.
E' anche condirettore di
“Narcomafie”, rivista del “Gruppo Abele” fondato da Don Ciotti.
Autore di alcuni libri
(anche con Giancarlo Caselli) sul tema del rapporto mafia-istituzioni