Gli incompatibili di Radio Blackout

Sfratto ovvero censura

 

di Orsola Casagrande da Il Manifesto del 12/2/10 – pag. 15

 

Spegni la censura, accendi Blackout. Lo slogan è chiaro e riassume in po­che parole cosa c'è al palo. L'ammini­strazione comunale di Torino, centro sini­stra, comunica a Radio Blackout (dal '92 la radio del movimento) che il contratto di af­fitto nello stabile che ospita gli studi (e che è di proprietà del comune) è scaduto e che non c'è all'orizzonte un rinnovo. E' impor­tante ricostruire i fatti in questa triste vicen­da.

 

La notizia dello sfratto arriva infatti al­l’associazione che gestisce la radio per vie non ufficiali, nonostante la decisione di mandare via Blackout sia stata presa nel consiglio comunale del 14 novembre 2009. Una decisione che anticipa la scadenza del contratto di locazione, prevista per il 30 del­lo stesso mese. Nel comunicato ufficiale della commissione consiliare del Comune si legge : «I locali di proprietà comunale in via Cecchi 21/A, affidati all'associazione che gestisce la stazione radiofonica - pun­to di riferimento per l'area antagonista tori­nese - sono oggetto di un progetto di ristrutturazione per un utilizzo sociale che non sarà compatibile con la presenza della radio. Il contratto non sarà quindi rinnova­to e Palazzo Civico concorderà una nuova sistemazione per l'associazione Radio Blackout, la quale finora ha sempre pagato regolarmente l'affitto della sede di via Cecchi».

La precisazione sull'affitto è in rispo­sta all'interpellanza presentata da due con­siglieri dell'area An-Pdl, per i quali era inac­cettabile che dei locali comunali venissero dati in gestione ad una radio che «incita si­stematicamente alla violenza». Detto, fat­to. Dai 30 novembre radio Blackout ha esattamente 4 mesi di tempo per sgombra­re i locali che saranno «invece destinati al­la creazione dell'HUB Multiculturale in via Cecchi, uno spazio di integrazione sociale per i giovani della città». Con un grazie per il generoso contributo delle fondazioni Vodafone Italia e Umana Mente (Gruppo Allianz) firmatarie di una convenzione con il comune piemontese: 800.000 euro verserà la prima e 400.000 la seconda. Una cifra, chiosano a Blackout, assolutamente non paragonabile al misero affitto (1.300 euro mensili) versato da una piccola radio auto­gestita, punto di riferimento per l'area an­tagonista della città. La radio deve andar via perché la sua presenza è «incompatibi­le» con la futura destinazione d'uso e il pro­getto di riqualificazione di un'area cittadi­na, che, a detta del sindaco Chiamparino è una delle più degradate della città.

 

Ma Radio Blackout è in città un'istituzio­ne. E non a caso. E' la radio che in questi anni ha accompagnato il movimento, ma anche e soprattutto le trasformazioni della città, le lotte, raccontandole sempre pun­tualmente e mettendo a disposizione i suoi spazi a quanti volessero dire la loro su ciò che accade in città. Amici, Radio Blackout ne ha tanti. Lo ha dimostrato l'iniziativa di mercoledì scorso a Palazzo Nuovo, sede dell'università. C'erano il sociologo Marco Revelli, il musicista dei Subsonica Max Ca­sacci. C'erano giornalisti di altre testate, c'erano soprattutto molti studenti. Marco Revelli ha sottolineato il «clima opprimen­te, ottuso, opaco che si respira ormai da an­ni a Torino», governata da una «comunità politica di micro-lobbies». Revelli ha aggiunto che «le censure non mi piacciono mai, né quelle del governo cinese su Google né quelle operate dalle amministrazioni di centro sinistra. Non mi piacciono so­prattutto le censure amministrative, burocratiche, nascoste dietro espedienti, come appunto la fine di un contratto di locazio­ne».

Radio Blackout, ha ribadito Revelli, non piace perché «è una voce libera, da ipo­teche commerciali e da ipoteche amicali-politiche, sta fuori dalle filiere e forse per questo è più vulnerabile. Se noi guardiamo alla quantità di spazi pubblici che l'ammi­nistrazione offre a destra e a sinistra a cifre modiche purché questi beneficiari abbia­no un qualche padrino nell'ambito del fronte politico bipartisan, abbiamo la di­mensione dell'ingiustizia che qui viene praticata. Evidentemente Radio Blackout non ha amici in quella filiera, non fa parte di una qualche cerchia riconducibile in qualche misura al retico­lo di interessi e aggregazioni che costitui­sce la società politica torinese come si è ridotta in questi ultimi decenni, termina­li di microlobby, come si vede nel di­battito politico che c'è in questa città».

 

Una città il cui clima da parecchi anni è davvero opprimente, ottuso, opaco. Un cli­ma, che Revelli rifiuta, perché non appar­tiene alla storia di questa città che è invece fatta «dal confronto, conflitto ma anche si­nergia tra burocrazie ottuse come era quella sabauda, come era l'esercito dei Savoia e dei suoi amministratori e gruppi di visiona­ri, spesso incazzati, quelli che hanno fatto il Risorgimento. Oggi sembrano sopravvivere solo le burocrazie ottuse, i visionari non si vedono più. Qualcuno si ascolta dal­le onde di Radio Blackout».

Naturalmente la censura che ri­schia di colpire Blackout è quella che a livello nazionale vuole colpire le te­state libere, come il manifesto, E lo vuoi fare a colpi di mozioni di fiducia.