La Turchia sfida l’America: Flotilla e assemblea su GazaMarmaris, nonostante gli avvertimenti di Usa e Israele, ospiterà la riunione per decidere il futuro della missione
di Alessandro Mantovani da Il Fatto Quotidiano del 09-05-2026
Navighiamo per nordest, non è la rotta per Gaza, il sole è tramontato a sinistra e stamattina non ce l’avremo in faccia. Costeggiamo nel buio, con l’occhio attento ai droni, l’isola di Karpathos di nuovo in acque greche, poi vedremo anche Rodi. Dovremmo arrivare a Marmaris, in Turchia, nel pomeriggio di oggi, sabato 9 maggio. Hanno già visto un aereo della Marina turca sopra la Flotilla, non è ostile. Si naviga in flotta, al centro c’è la nave di appoggio e soccorso di Open Arms; la Arctic Sunrise di Greenpeace ha lasciato la flotta ieri mattina perché ha altri impegni, previsti da tempo, e quindi non può proseguire. Dopo l’attacco a ovest di Creta la Flotilla non ha più altre barche veloci a motore, utili per le emergenze grandi e piccole.
Le 34 imbarcazioni “superstiti” sono partite ieri mattina da Ierapetra (Creta), altre cinque della Global Sumud hanno preso il mare dalla Grecia continentale e navigano più a nord, come pure le quattro della storica Freedom Flotilla Coalition che hanno fatto la costa nord di Creta. Almeno altre 11 attendono in Turchia dove si farà una grande assemblea generale per decidere se e come procedere verso Gaza. L’organizzazione è decisa a proseguire nonostante i rischi di ulteriori, più pesanti attacchi israeliani dopo gli abbordaggi che hanno eliminato 22 barche nella notte tra tra il 29 e il 30 aprile, quando la Marina di Tel Aviv è arrivata fino al Mediterraneo centrale per attaccare una flotta di gente disarmata, una manifestazione non violenta in mezzo al mare. E poi ci sono Thiago e Saif, gli ostaggi, Thiago Avila e Saif Abukeshek, i due leader della Flotilla deportati in Israele, sottoposti a interrogatori durissimi nel centro di detenzione di Shikma gestito in parte dai servizi. Domenica 10 compariranno di nuovo davanti al giudice per un eventuale nuova proroga della carcerazione o magari per la formalizzazione delle accuse. Fino ad allora la Flotilla non deciderà. Ieri sulle chat è arrivata la lettera di Avila, portata fuori dal carcere dal consolato brasiliano: “Miei cari compagni, ho saputo che oggi continuate verso Gaza, sono orgoglioso di voi, siate sempre non violenti”. Senz’altro non si ripartirà verso Gaza prima del 13 maggio, il che consentirebbe di arrivare lì il 15, anniversario della Naqba, la cacciata dei palestinesi nel 1948.
In Turchia – potenza coloniale, secondo esercito della Nato, regime discutibile – la Flotilla cerca riparo. L’impegno di organizzazione e militanti turchi nei tentativi di raggiungere Gaza via Mare ha una storia lunga, quasi quanto il blocco navale davanti alla Striscia: erano turchi i 10 attivisti uccisi nel 2010 nel sanguinoso abbordaggio israeliano della nave Mavi Marmara; erano i turchi, prima di spagnoli e italiani, i più numerosi nella Global Sumud Flotilla 2025 (e forse anche quest’anno è così, ma i numeri completi non li abbiamo). Accogliendo la Flotilla a Marmaris, dove comunque le barche dovrebbero rimanere in rada senza entrare in porto, il governo del conservatore islamista Recep Tayyip Erdoğan contravviene alla richiesta degli Stati Uniti, avanzata su istanza israeliana, di non agevolare e non aprire i porti alla Flotilla. Ha accettato solo uno “scalo tecnico“, basso profilo e nessuna manifestazione pubblica in un Paese dove la causa palestinese è fortemente sentita. Anche quest’anno sono stati raccolti fondi significativi per la Flotilla in Turchia, la missione è sostenuta da un centinaio di organizzazioni laiche e religiose, cioè musulmane.
Nello Steering Committee della Global Sumud Flotilla c’è Sümeyra Akdeniz Ordu, un’insegnante che vive in Germania, in prima linea nella pianificazione delle operazioni. Non è particolarmente legata al governo turco, come non lo è Hüseyin Dişli, anch’egli nel direttivo mondiale, abile avvocato che tiene i rapporti con le autorità di Ankara. Ci sono anche componenti più legate alle establishment turco, magari più forti in passato: oggi sarebbe difficile che un meeting internazionale della Flotilla si tenesse a Istanbul come nell’ottobre 2025, dopo la prima missione. Nel carcere israeliano di Keziot, durante la breve permanenza a seguito della prima Global Sumud, lo scorso ottobre abbiamo incontrato Hakan, un militare turco in pensione, che ci diceva di aver “combattuto negli anni 90 contro i terroristi curdi del Pkk”. Nella Flotilla c’è anche chi in quegli anni manifestava per il Pkk, pensiamo solo ad Abdullah Ocalan, tradito dall’Italia nel 1998. Ma ci sono anche attivisti della sinistra turca. È una delegazione più composita di altre: “Io sono musulmano, diciamo pure conservatore, legato ai valori della famiglia ma non è un problema se qui ci sono omosessuali. Il Corano non dice a nessuno come deve vivere”, ci diceva giorni fa a Ierapetra un altro Hakan, 36 anni, nato in Turchia ma emigrato ancora in fasce in Germania, dove lavora nell’azienda di famiglia che fa commercio a ingrosso di prodotti agricoli a Francoforte. “Per un po’ – raccontava ancora Hakan il giovane – sono stato anche iscritto al partito di Ángel Merkel, poi quando è arrivato il nuovo cancelliere Merz me ne sono andato”. Dalla Germania, ovviamente, arrivano anche occupanti degli squat. La Flotilla è così. |