Con l’autunno in Valle di Susa ritornano le sagre.
E ritorna la promozione delle eccellenze locali.
Solo per fare alcuni esempi: il Marrone di Villarfocchiardo e San Giorio, la Toma a Condove, le patate di montagna a Mocchie e Novalesa, vini come l’Avanà e il Baratuciat, dolci come i Canestrelli di Vaie e le paste di Meliga, la cipolla di Drubiaglio, le mele di Caprie, le olive e l’olio di Borgone (appena costituita a fine luglio l’associazione Olivicoltori Valsusa con 14 soci fondatori), il miele, la lavanda, le nocciole, il luppolo e la birra, gli ortaggi, i funghi, lo zafferano, la coltivazione di antiche qualità di grano e granoturco…
Dietro queste eccellenze c’è il lavoro di innumerevoli piccoli e medi produttori lungo tutta la valle e – a cascata – il lavoro di altre numerose realtà locali che questi prodotti utilizzano: gelatai, fornai, pasticceri, ristoranti, locande, B&B…
Un lavoro diffuso che occupa moltissime persone, che ha permesso alla Valle di Susa di trovare un’alternativa al declino industriale, di tornare – con impegno e fatica – ad essere “bella” e attrattiva per il turismo.
A questa filosofia di produzione e sviluppo “dolce” hanno contribuito anche gli enti locali – Comuni e Unione Montana – sostenendo e promuovendo attivamente molti di questi prodotti.
Ora tutto questo grande lavoro collettivo rischia di andare perduto. E con esso tutti i posti di lavoro faticosamente creati negli anni.
Perché qualcuno – facendo luccicare lo “specchietto per le allodole” di 150 posti di lavoro insalubre (garantiti? per quanto tempo?) – vorrebbe tornare ad avvelenare orti, frutta, prati, fieno, api, latte…
Sono le Acciaierie Beltrame di Bruzolo-San Didero che chiedono di riaprire il forno di fusione di rottami di ferro.
Non ci saranno garanzie; loro stessi in un documento allegato alla richiesta affermano che – anche con la migliore tecnologia disponibile – immetteranno comunque inquinanti nell’ambiente: “circa 44,6 tonnellate all’anno di polvere si depositano al suolo nell’area forno, mentre 3,2 tonnellate all’anno vengono rilasciate all’esterno come emissione fuggitiva”.
E in quella polvere sono presenti composti direttamente o potenzialmente cancerogeni per l’uomo.
Sono passati anni dall’ultima volta. Molti hanno dimenticato, molti non erano ancora nati quando i produttori di latte della zona furono costretti a distruggere il latte e il fieno, però tutti – soprattutto gli Enti che avranno l’ultima parola sulla vicenda – dovrebbero avere in mente l’esempio di Taranto.
Se l’acciaieria tornasse a fondere rottami di ferro, tutti gli sforzi fatti per risollevare l’economia locale diffusa e l’ambiente della bassa Valle di Susa, messi in atto negli ultimi 15-20 anni, sarebbero bruscamente e permanentemente azzerati.
Mi auguro che nessuno dei nostri sindaci voglia passare alla storia come quello che ha dato il colpo mortale alla Valle.
Noi cittadini cosa possiamo fare? Informarci, prima di tutto.
Sono già state fatte assemblee informative a San Didero e Villar Focchiardo, altre ce ne saranno.
E poi dire chiaro il nostro NO alla riapertura del forno di fusione di rottami richiesto dalle Acciaierie Beltrame.